I, me, mine… e quindi?

Customizzare: adeguamento di un prodotto alle esigenze di un singolo cliente.

Un fenomeno che dalle moto ai beauty-case da viaggio ha riscontrato sempre più successo, negli ultimi anni. Perché incarna un bisogno di personalizzazione in base alle proprie esigenze, alla propria personalità o vanità. Alle spalle c’è però sempre Lui, il protagonista dei nostri atti di acquisto: il Prodotto, e con lui il Brand, che si aprono all’ascolto e accolgono il proprio consumatore.

Entrare nel mondo Harley-Davidson e poter decidere un dettaglio più narrativo di me stesso ha a che fare con un’esperienza che vede quel mondo, e i suoi valori, come fattori importanti della mia vita.

Allo stesso modo che trovare il mio nome di battesimo sul vasetto della Nutella o sulla bottiglia della Coca-Cola mi fa sentire parte di una comunità che condivide quei piaceri alimentari al di là della lingua e del Paese di residenza, delle opinioni politiche, o degli orientamenti religiosi o sessuali.

Adesso però dalla rete ci arriva sempre più frequentemente una nuova opportunità (?): puoi creare il tuo prodotto e personalizzarlo in ogni singolo dettaglio, dal Brand al packaging.

È quanto propone ad esempio Patròn, il celebre marchio di tequila.Utilizzando un simulatore ogni cliente può creare e pregustare la propria confezione regalo. In più, grazie alla realtà aumentata, simularne la presenza sul tavolino del salotto.Se non bastasse, i nuovi consumatori digitali possono anche intervenire direttamente sul prodotto (liquorepersonalizzato.it o ilmiogin.it) scegliendo e miscelando fragranze per creare, in “solo tre mosse”, un nuovo prodotto…

Arrivati a questo punto c’è una domanda che mi urla nella testa:

cosa vogliamo veramente da un prodotto?

Cosa voglio da un sapone, ad esempio? Semplicemente un detergente a minor impatto ambientale e miglior rapporto qualità prezzo?

Perfetto, ho solo bisogno di un distributore al quale rifornirmi portandomi da casa direttamente la mia confezione, che a quel punto può anche essere una vecchia bottiglia di olio d’oliva.

Ma se voglio un’esperienza e un orizzonte simbolico in cui identificarmi, come avviene nel caso di tanti prodotti “superflui” come liquori o profumi (ma anche saponi) dove la troverò? 

“La risposta è dentro di te” diceva il mitico Quelo di Corrado Guzzanti, “peccato che è sbagliata”, aggiungeva. E a vedere gli sviluppi grafici personalizzati non può non scappare un sorriso e un pensiero: se mi circondo di “me stesso” come faccio ad aprirmi a nuove esperienze, a scoprire nuovi sapori, cosa aggiungo alla mia vita?

La rete, e i social in particolare, rischiano di chiudermi, grazie ai loro algoritmi, in recinti popolati di gente che la pensa come me. Mi sveglio convinto di discutere con il mondo di politica e non mi accorgo che Facebook mi fa parlare solo con gente che la pensa come me e posso davvero arrivare a credere che la mia comunità sia fatta solo di persone che hanno i miei stessi valori.

Cosa aggiungono a un momento della mia giornata un gin o un liquore da me “inventati” al di là della soddisfazione di poter dire: “è mio, solo mio!”? Niente di grave, sia chiaro. Non ci saranno né morti né feriti, al massimo orride bottiglie di liquori imbevibili.

I me mine, all I can hear, cantavano i Bealtes.
Ma siamo sicuri che poi davvero sia così gratificante?